Montgomery – Alabama

La capitale dell'Alabama si chiama Montgomery.

La città deve il suo nome al generale Montgomery, eroe delle guerre coloniali morto in Quebec nel 1775, ed è nata dalla fusione di due small town New Philadelphia e Alabama.

Nata e cresciuta grazie al commercio degli schiavi e come porto strategico sull’Alabama River per l’invio del cotone prima a Mobile e da lì in Europa, Montgomery è più volte salita alle cronache della storia americana. All’inizio dell’ottocento qui entrarono in funzione le prime elecrtic cabs per il trasporto passeggeri in America. Da Dexter Avenue il giorno 11 Aprile 1861 è partito il telegramma che ha dichiarato guerra all’unione con l’attacco a Fort Sumter in Nord Carolina. (svolgimento della guerra). Il primo dicembre 1955 Rosa Parks rifiutò di cedere il suo posto nella zona del bus destinata ai “colored” ad un bianco, gettando così le basi per la nascita del movimento dei diritti civili. Il 21 Marzo 1965 Martin Luther King entrò in testa a 8.000 manifestanti pacifici chiudendo per sempre il capitolo della schiavitù e della segregazione in America.

Oggi è una città con un’identità che racconta molto della sua voglia d’integrazione, l’ho trovata tranquilla e pacifica e soprattutto in fast growing. Dopo i tanti giorni trascorsi in paesi e città in ginocchio è stato piacevole trovarsi in un ambiente vivo e in crescita.

Del resto l’america è così come una bilancia in equilibrio solo se il piatto della Depression è inversamente proporzionato del piatto del Growing. Non so se questo sistema sia migliore o peggiore del nostro, ma almeno questo è un sistema… In Italia possiamo dire di averlo??

Stay tuned, will back soon 😉

P.S: Nell’ultima foto la simpatica partita di baseball delle minor league dove i Montgmery Biscuits (da tradurre come le Focaccine) hanno sconfitto i Jackson Generals. Passavo davanti allo stadio ed era finito il 6° inning a quel punto partita gratis, così mi sono seduto in mezzo alle famiglie che terminavano la loro domenica sera.

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Gulfcoast

Lascio New Orleans in direzione di Selma.

Torno in Alabama puntando verso la highway 80, teatro della lunga marcia del 1965 che segnó la prima grande vittoria del movimento per i diritti civili di Martin Luther King.

La strada mi porta prima a Biloxi, sulla gulf coast, ferocemente mangiata dalla furia di Katrina che qui, come a New Orleans, ha lasciato segni indelebili. Dove prima c’erano numerosi casinó (come una piccola Las Vegas), oggi rimangono molte vuote distese di cemento ad evidenziare le difficoltà della ripresa. Quello che salta all’occhio, è che in 10 anni hanno ricostruito veramente poco, come se fosse il territorio a dover pagare i danni di un uragano e non la miopia dell’uomo. Sembra che in America non ci sia la voglia di ricostruire quello che c’era prima, si tende fatalmente a guardare avanti e a ricominciare da capo da un’altra parte.

La Gulfcoast è bella con i sui 50 Kilometri di spiagge bianche, tutto è selvaggio perchè le persone amano passare il tempo in piscina o dentro i casinò e così risulta facile condividere la spiaggia con volatili migratori di tante specie differenti. La vita nei casinò è più che altro un esercizio di analisi dell’umanità, ma dopo 2000 miglia un pò di riposo fa bene.

Domani arriverò a Montgomery e rivivrò la strada che da Selma arriva davanti alla Capitol Hill per sentirmi anche io vincitore.

Stay tuned!

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Katrina!

Oggi ho fatto una urban expedition nell'area del nono distretto inferiore, pesantemente colpita dall'uragano e abitata dai ceti più bassi della società volevo capire quello che non era stato raccontato fino in fondo.

Se mi chiedessero dove fossi il 29 Agosto del 2005 potrei rispondere a fatica che più o meno ero di ritorno da Chicago. Se lo chiedete ad un abitante di New Orleans vi risponderebbe, senza indugio, che stava pregando per la sua vita mentre il cielo gli scaricava addosso un uragano di nome Katrina.

Esattamente 3645 giorni fa il più imponente uragano tropicale degli ultimi 100 anni si portava via non meno di 1836 persone. Mettendo in ginocchio il più importante porto americano nel golfo del messico e dimostrando che l’incuria dell’uomo e la forza della natura sono una combinazione letale.

New Orleans ha lottato da sempre con le alluvioni e le piene del Mississippi, ma se la creazione di argini sempre più imponenti ha con il tempo mitigato il fiume, lo stesso non si puó dire dell’erosione delle coste e delle bonifiche di tutte le paludi nei confronti delle alluvioni.

Quello che Katrina ha portato con se è stata una devastazione ai limiti della catastrofe tanto che in risposta più di 200.000 persone hanno lasciato per sempre la città, che ancora oggi a 10 anni di distanza non si è completamente risollevata. Partendo dal ristrutturato superdome, per 6 giorni casa di 40.000 sfollati, fino al devastato nono distretto, la città porta ancora i segni di quello che è accaduto e la lenta trasformazione che sta subendo non è sufficiente a cancellare le cicatrici. I giorni successivi al 29 Agosto sono fatti di disperazione, morte e gesti eroici di semplici cittadini che con canoe e gommoni sono tornati nei loro quartieri ad aiutare i sopravvisuti, perchè il senso di quello che è accaduto si puó riassumere in questa semplice parola: sopravvissuti.

In una nazione pronta a ricordare qualsiasi avvenimento questa storia si preferisce dimenticarla, perchè porta con se tutti i defetti di un sistema meritocratico che tende a premiare solo chi ha più disponibilità economica, solo chi puó ricomprarsi quello che gli viene tolto.

Katrina è la figlia non voluta di una madre disattenta, talmente odiata che dopo di lei il suo nome viene ripudiato. Nessun uragano potrà più chiamarsi Katrina…

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NOLA – New Orleans, Lousiana

New Orleans, stella della lousiana.

Progettata dai francesi, in onore del duca d’orleans nel 1718, ricostruita dagli spagnoli dopo l’incendio del 1764. Spagnoli che l’avevano comprata nel 1763 dopo aver ceduto la Florida agli inglesi. Tutto questo per dire che il famoso French Quarter è un tipico esempio di architettura spagnola. I francesi peró hanno creato l’humus culturale, quella cultura creola arrivata dai caraibi che ha dato alla parte più folkloristica della città l’immagine che l’ha resa nota nel mondo.

Qui sono arrivati i primi immigrati siciliani nel 1865 a sostituire molti dei neri (ex schiavi) che avevano abbandonato le piantagioni. E qui è nata la musica Jazz, figlia del mix di razze e costumi che il porto di New Orleans aveva creato. L’inizio del 900 e la crescita della nazione ha lentamente spento la città, il midwest e le nuove metropoli californiane prima e l’espansione di Dallas e Miami poi hanno relegato la città ad un ruolo di conprimaria sullo schacchiere nord americano. Ma New Orleans è unica e se ne frega, come se ne fregavano le famiglie creole che facevano gestire le piantagioni e i commerci dalle donne quando tutto il mondo era palesemente fallocratico.

Renzo Arbore ha dichiarato che NOLA è una città straordinaria che ti piace ancora prima di vederla, credo non gli si possa dare torto. Bourbon street è un tripudio di musica e colori, il jazz aleggia nell’aria insieme al profumo di gumbo e gamberi fritti. Le case basse e colorate fanno da contraltare ai dominanti grattacieli tipici dello skyline americano, è una città di contrasti e di differenze: ruvida e graffiante da una parte morbida e accogliente dall’altra. Non si può spiegare tutto di una città come questa perchè è nell’impatto con il French Quarter, sulle sponde del Mississippi e davanti all’immensità dell’oceano che si riesce a capire il senso di un posto che gli americani chiamano “The Big Easy”.

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Le Piantagioni

Sono arrivato a Sud o almeno il punto più meridionale di questo viaggio.

L’ho fatto seguendo le curve del Mississippi e attraversando le numerose piantagioni, di cui rimangono lussuosi edifici a retaggio di un recente lontano passato. Un viaggio nel tempo e nella formazione dell’america, divisi tra indios, bianchi e neri.

Plant 2La formula è più o meno questa: i bianchi comprano la terra agli indios e li ringraziano richiudendoli in riserve, i neri vengono schiavizzati per lavorare la terra dei bianchi, i bianchi si fanno la guerra tra di loro per dare la libertà a tutti. Non era meglio accordarsi prima?

Plant 1Le piantagioni o plantations, rappresentano in ogni caso una meta interessante da visitare per la varietà delle architetture e per capire come le scelte della moda europea venivano interpretate negli Stati Uniti. Rapiti dal fascino e dal romanticismo delle mansion non bisogna dimenticare che sono state costruite e realizzate sul sangue e  la sofferenza di una parte della nazione…

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Route 61 – Highway Blues

Oggi ho percorso la Route 61 sorella minore della Route 66, ma non per questo, meno leggendaria.

Sul suo asfalto sono passati gli artisti e i compositori che hanno gettato le basi della musica moderna. Sto parlando del blues di BB King, Charlie Patton e la generazione nata nei campi di cotone dello Sharecropping. Di sixtyone ne esistono due, quella moderna che viaggia a 65 mph orarie e la old one che viaggia a 45 mph ma scende lenta per tutte le città del Blues Trail.

Da Clarksadle in cerca della sua nuova identità a Natchez dove il tempo sembra si sia fermato a Mark Twain e allle Riverboat, passando per VIcksburg salvata dal generale Grant durante la guerra perchè “too beautiful to burn”. Un viaggio di 150 miglia attraverso i campi di cotone, le foreste e le distese di grano. Tra una città e l’altra a bordo strada si alternavano piccoli insediamenti e grandi fattorie, come a rimarcare le molteplici scelte esistenziali delle aree rurali americane.

Ed è in questi spazi che a volte compaiono sezioni di binari dei treni delle piantagioni, che riportano agli anni del segregazionismo e del grande lavoro agricolo. Quando la seconda generazione dei bluesman si affacciava al grande palcoscenico musicale attraverso i primi studi di registazione e la musica poteva esplodere in tutto il mondo. Da Indianola a De Soto, da Clarksdale a Baton Rouge l’autostrada del blues s’incendiava con le canzoni di uomini abituati alla fatica e alla sofferenza.

Da queste parti si dice che:
“se non è mai stato in un banco dei pegni, allora non può suonare il blues”

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Clarksdale, Delta Blues Home

Sto attraversando la route 61 da Clarksdale a Natchez, la chiamano the blues highway.

Clarksdale è una fermata obbligata per chi sceglie la 61 per puntare New Orleans. La città sta cercando di rivitalizzarsi evitando di finire come la vicina Helena. L’aiuto qui arriva anche da Hollywood, da Morgan Freeman che appassionato di Blues e innamorato di queste zone ha scelto di investire e aprire un locale il groundzero. Chi vive qui suona per il cuore, prima che per i soldi. Nella hall of fame del Delta Blues Museum oltre ai Big ci sono parrucchieri, meccanici e insegnanti persone che amano la musica senza compromessi.

Non troverete Sheraton o Hilton, bisogna accontentarsi di qualche Motel alla meno peggio perchè qui è tutto ruvido le pareti sono scrostate e quello che c’è intorno sa di ruggine. Ma il suono e l’atmosfera sono unici. Dopo poche ore la desolazione diventa magia. Il Blues è una musica che nasce con gli schiavi, dalla sofferenza e dalla fatica. Non ha tempo di abbellirsi deve andare dritta alle emozioni e accendere il cuore di chi ascolta. Al Groundzero tutte le sere si possono trovare artisti e appassionati che si alternano sul palco in performance preparate o improvvisate ma con una passione che sfiora il professionismo.

Più scendo verso sud più l’immagine dell’america patinata che arriva in europa sparisce per lasciare spazio ad un paese sincero e schietto, che fa fatica a tirare avanti ma con orgoglio e fierezza difende la sua giovane storia e le sue tradizioni.

We are the delta, we are the blues….

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Helena il volto del fallimento

Viaggiare in America al di fuori delle rotte programmate significa attraversare la cortina al tornasole fatta di lusso, successo, California and more.

Serve per ricordare che il paese non ha più di duecento anni e che molte città vivono le complessità di variabili come fine del lavoro, inondazioni ed epidemie. Un pó come accadeva agli insediamenti romani del 200 Dopo Cristo.

Oggi sono passato per Helena nell’Arkansas. Le radici storiche della città affondano nella costituzione, nel 1833, della città portuale di Helena, posta sul fiume Mississippi.

All’inizio della guerra civile americana, Helena fu occupata dalle forze dell’Unione. Fu teatro di una celebre battaglia, passata alla storia come la battaglia di Helena, che fu combattuta nel 1863. Ad aprire lo scontro furono le forze confederate che contavano di far allontanare i soldati unionisti dalla città al fine di contribuire ad alleviare la pressione sulla città strategica di Vicksburg, situata lungo il corso del fiume Mississippi. Successivamente, Helena servì come punto di partenza per l’esercito dell’Unione nella presa di Little Rock, divenuta poi entro lo stesso anno capitale dello Stato dell’Arkansas.

Cresciuta quindi alla fine della guerra di secessione, la città ha prosperato fino a metà del XX secolo come porto industriale e nodo ferroviario sulla linea che da St Louis arrivava a New Orleans. Poi differenti scelte industriali e la privatizzazione di molte compagnie ferroviarie dato il via al degrado odierno.

Oggi un comitato di cittadini sta spingendo molto sul fiume e la vasta riserva naturale di questa zona dell’arkansas ma la desolazione è palpabile.

Le foto che seguono rendono “onore”Helena 3 a questo fallimento…

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Il Mississippi

Il bacino idrografico del Mississippi è il più grande dell’America settentrionale e il terzo nel mondo, alle spalle del Rio delle Amazzoni e del fiume Congo.

La sua superficie totale è di 3.238.000 km², un terzo del territorio degli Stati Uniti d’America e quasi undici volte la superficie dell’Italia.

Il bacino del Mississippi si estende su 31 Stati americani e due province canadesi. Viene diviso in sei sotto-bacini, che corrispondono al corso inferiore e superiore, nonché al corso di alcuni degli affluenti più importanti, tra cui Missouri (4.370 km di lunghezza), l’Arkansas, Ohio. La piana alluvionale del fiume misura circa 90.000 chilometri quadrati e più di 72 milioni di persone vivono nel bacino idrografico, cioè quasi un americano su quattro.

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Alla perfetta descrizione di Wikipedia manca una cosa, è incredibile quando lo guardi. Il primo incontro ti fa capire perchè Mark Twain se ne sia perdutamente innamorato. Questo fiume ha vissuto la storia del paese prima come barriera naturale per la corsa verso il West, poi come sistema di trasporto da nord a sud degli states e infine come sanguinoso teatro di battaglia durante la guerra civile.

Oggi mentre mi perdevo nella mattina ancora sonnollenta della downtown, mi sono imbattuto nel museo del fiume mississippi, l’ho affrontato pensando fosse una noiosa macchietta e ne sono uscito informato e affascinato. Quante storie ha da raccontare questo grande fiume. Probabilmente le stesse che potrebbe dirci il Pò se fossimo in grado di spettacolarizzarlo a dovere. Anche se sinceramente l’evoluzione delle riverboat americane è qualcosa di unico. A vederne i modellini schierati uno dopo l’altro ed entrando nelle ricostruzioni in scala 1:1 non si può non rimanerne affascinati, immaginandole piene di vita e affari. Si dice spesso che la natura è fondamentale nella crescita di una nazione, mai come in questo caso possiamo dire che sia vero! Non c’è lo spazio per raccontare tutto, perchè è veramente una girandola di eventi unici.

Memphis ricordata per tanti King (Martin, Elvis, BB) che l’hanno valorizzata ha anche un volto storico che comprende il cotone, le plantation e il suo fiume. Se spesso ho detto che andare in piccole città remote per visitarle può non convenire, oggi mi sento di dire che dall’Italia a Memphis sono solo 11 ore di volo… Ma non vi siete rotti il cazzo di parlare sempre di New York?

Nelle due foto che seguono c’è una parte della lunghissima ricostruzione del fiume fatta in scala all’esterno del museo. La ricostruzione termina in una splendida piscina che rappresenta il golfo del messico. AMAZING!

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Memphis

Memphis è a Sud del Tennessee in un piccolo angolo dello stato, praticamente una città di confine.

Come tutte le città di confine vive di dualismi e confronti, per la prima volta in questo viaggio ho notato forte la presenza di persone in difficoltà, sia nell’area turistica che nei quartieri subito a fianco della Dwontown. Come in tutte le città americane l’integrazione è solo nelle parole, i quartieri sono distinti sia che siano ricchi sia che siano ghetti. Se sei nero stai da una parte, se sei bianco dall’altra.

Le battaglie del movimento per i diritti civili hanno ottenuto tutti gli emendamenti necessari a garantire l’integrazione. Nei fatti l’integrazione non esiste. Come in fondo non esiste nemmeno a New York o a Chicago. Ogni etnia ha i suoi quartieri o se preferite Blocks e spesso in quei quattro cantoni nasce, vive e muore.

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Sto seguendo i passi e la vita di un uomo unico, che ha dato se stesso per un sogno, il sogno di eguaglianza e rispetto di tutte le classi sociali e razze. L’ho incontrato ad Atlanta dove è nato, lo ammirerò a Selma dove si è illuminato e l’ho visto dove si è spento il 4 Aprile del 1968. Me la immagino come una giornata di quelle primavere che tardano ad arrivare, che si trascinano ancora dietro un profumo d’inverno. King è tornato a Memphis per supportare lo sciopero dei lavoratori neri del settore sanitario, in fermento dopo la morte di due inservienti tritati in un camion dei riufiti. Alle 18:00 del 3 aprile viene freddato alla testa da un colpo sparato con un fucile di precisione al Lorraine motel dove era solito soggiornare. Il 22 Novembre 1968 un altro fucile di precisione fredderà JFK, strane coincidenze della storia americana. Con lui si spegne l’ideale di una protesta non violenta, con lui muore l’ideale d’integrazione pacifica. Arriveranno altri a seguire il suo esempio ma nessuno con lo stesso carisma e la stessa lucida ragione.

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Memphis però è anche musica, tanta musica e colore. Il Blues di BB King e il Soul, Il rock di Elvis e la musica nera dei ghetti. Beale street che si presenta sfarzosa di neon e rumore sa di attrazione turistica, ma i suoni dei bar e dei ristoranti sono eccezionali. Gli artisti che si esibiscono sono veri. Del resto dagli anni 50 ad oggi grandi artisti sono venuti qui a registrare i loro album. La città raccoglie il testimone di Nashville e si appresta a passarlo a New Orleans.

Sulla strada che porta verso il SUD è sicuramente una città da visitare e vivere!